Matteo Vincenti
Il paroliere a ore

Matteo nasce il capodanno 1980, in ritardo. Il suo primo amore, il primo gioco, sono le parole. È intelligente ma non si applica, e non ha mai imparato a stare fermo. Capisce presto che chi sa raccontare fa provare emozioni, e decide di fare il giornalista. Rinuncia quando scopre che bisogna stare seduti. Al liceo diffida dei poeti (salvi Dante e pochi altri) e si chiede cosa fa nella vita chi ha buoni voti in italiano e latino. Tiene in sospeso dal XX° secolo una laurea in Stilistica e Metrica ma almeno ha cominciato a scrivere haiku e trovato lavoro. Fa il paroliere al soldo delle imprese: viviseziona il proprio cuore, a cottimo, per tirarne fuori roba che emozioni i clienti e faccia vendere di più. Dovrebbe essere copywriter ed editor, ma è indisciplinato e gli tocca fare il creativo: inventa la comunicazione scritta, verbale, visuale e multimediale. Per lavorare al centro del marketing, è costretto a vivere alla sua periferia: ha un orologio degli anni '60, una FIAT 500 degli anni '70, una Vespa degli anni '80. Dei '90 ama Internet, il software libero, la free culture e il Cluetrain Manifesto. Fa design di recupero e yoga, è vegano, antispecista, non violento. Cerca di non far del male, e a volte ci riesce. Di essere sincero – già meno. Di essere uomo – ancora peggio. Vorrebbe essere zen e minimalista, ma ha troppo appetito per la vita e quel che ci sta sotto.

 

Ama i mobili di bancali, i gatti, i tè cinesi senza cazzate dentro, avere ragione e riuscire a non pensare.

Odia alzarsi tardi, alzarsi presto, alzarsi male, avere ragione e non riuscire a pensare.

La sua keyword è ritentare.

Il suo sogno è costruirsi con le proprie mani una vita in cui far stare tutti i suoi pensieri.

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